PREMIO GIOVANNI VALLA

I EDIZIONE CONCORSO FOTOGRAFICO “LA FESTA: TRA SACRO E PROFANO”

Biografia

Giovanni Valla nacque a Palo del Colle il 17 ottobre del 1938 da una famiglia in cui l’amore per la fotografia era un’eredità d’impronta femminile. Documenti e racconti che si perdono nel tempo ci lasciano testimonianza di una nonna paterna talentuosa e intraprendente, che si era cimentata in quell’arte ancora agli albori, realizzando foto e ritoccandole secondo le tecniche ottocentesche in un laboratorio personale con sede a Bitonto. Nella cittadina la donna incontrò Vincenzo Valla, dal matrimonio col quale nacque Arcangelo, il figlio che, insieme al fratello Michele, più di tutti gli altri contribuì a fare della passione per l’arte fotografica della nonna un vero e proprio lavoro, estendendo l’attività di famiglia ai paesi limitrofi. Arcangelo si trasferì con l’attività a Palo del Colle, dove conobbe Maria Concetta e dal loro matrimonio nacquero undici figli, tra cui Giovanni. La numerosa prole decise di seguire le orme del padre e della nonna: i maschi si occupavano di riprendere le scene di eventi privati e pubblici della collettività presente nel comprensorio, mentre le sorelle si dedicavano a ritocchi complessi e accurati in laboratorio.

Giovanni, cresciuto tra una camera oscura e un tavolo da ritocco, realizzò le foto del suo primo matrimonio come fotografo a soli quindici anni, utilizzando una bici come mezzo di trasporto. Grazie alle competenze acquisite nel tempo, fece carriera prima come fotografo ufficiale, poi come responsabile dell’ufficio tipografia e fotografia presso la “Calabrese Veicoli industriali”. Per l’azienda barese lavorò sia alla progettazione che alla produzione di dépliants, stampati di ogni sorta e libri commissionati dall’ “Iveco Veicoli Industriali”.

Nei primi anni Ottanta, avviato insieme all’inseparabile moglie Pina lo studio di grafica e fotografia “Graficolor”, collaborò con diverse realtà aziendali, locali e non, spaziando tra i campi della moda, dell’industria e dell’architettura. Nel decennio successivo i figli Arcangelo e Luciano, allora studenti universitari, condivisero con i genitori l’interesse per la fotografia, la comunicazione e il mondo dell’arte visiva nei suoi molteplici aspetti, affiancandoli in una nuova, coraggiosa avventura: quella dell’applicazione della grafica computerizzata, che chiudeva un’era e ne apriva una nuova. Così Giovanni Valla diventava un pioniere dell’immagine digitalizzata e il trait d’union tra due epoche diverse della fotografia. Il suo lavoro, caratterizzato dalla profonda conoscenza e dal sapiente utilizzo di tecniche e attrezzature (camera oscura per stampa in bianco e nero e sviluppo diapositive, stampa tipografica, macchine a banco ottico Linhof a lastre piane, riflettori elettronici con softbox di grandi dimensioni), dallo studio rigoroso della luce, dall’ attenzione costante per l’equilibrio compositivo dell’immagine, approdava ad una sintesi felice fra tradizione e innovazione, per quel fervore della ricerca e quell’attitudine alla sperimentazione che avevano sempre animato la sua indole.

Questo e molto di più è stato Giovanni Valla, un professionista che, inseguendo il suo ideale di foto “perfetta” per regalarci attimi di eternità, ha accettato le sfide dei tempi e, addentrandosi nella terra della fotografia digitale, ha saputo coglierne le potenzialità, mantenendo alta l’attenzione verso le regole fondamentali della fotografia. Mai pago dei risultati raggiunti, ha studiato le proprietà della luce naturale e artificiale, esaltandole anche nelle tecniche di stampa sia in b/n che con stampe Cybachrome. Possiamo dire che Giovanni ha dato un suo contributo alla fotografia, partecipando in modo assolutamente innovativo al racconto storico, individuale e collettivo, della sua terra.

A sedici anni dalla sua morte, la sua opera può essere definita con le parole di Valentino Losito, tratte da I fotografi, patrimonio dell’umanità:

“Le fotografie sono minuziosi oggetti di memoria, il mezzo più semplice e preciso per rivisitare il tempo perduto. Il segno con cui fermare un momento irripetibile: fotografare equivale a fissare un’immagine, che non potrà più riprodursi, e farla nostra per sempre. Secondo alcuni dona l’illusione non solo di aver arrestato la fuga del tempo, ma di poter effettuare un viaggio a ritroso nella memoria, perché la foto restituisce esattamente quello che ha visto. Le immagini erano strettamente legate agli eventi più significativi della vita personale e familiare, testimoniavano le proprie radici, perché sentirsi parte di una storia era un aspetto fondamentale per la costruzione identitaria individuale e collettiva. Ecco perché gli archivi dei vecchi fotografi dovrebbero essere tutelati come patrimonio dell’umanità, perché sono dei veri e propri trattati di antropologia visuale, uno straordinario veicolo della memoria di una comunità altrimenti labile e destinata a perdersi nel tramando delle generazioni”.

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